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What’s next (?)

Da alcune settimane uno dei dibattiti più frequenti tra analisti ed operatori finanziari è la definizione di “bear market” e se, in che misura, i mercati azionari siano oramai scivolati in questo territorio. La definizione di bear market è quella di un mercato che ha sperimentato una correzione superiore al 20%, calcolata dai suoi massimi recenti. Al di là dell’aspetto meramente definitorio, non si deve nascondere che il tema tra colleghi viene trattato con un certo nervosismo: un bear market è una creatura molto differente da una correzione, soprattutto per durata temporale e profondità di escursione dei prezzi. Naturalmente, esistono molte circostanze intermedie ma è nella consapevolezza comune che gestire un simile mercato richiede un impegno professionale e psicologico maggiore rispetto ad una correzione, per quanto complessa possa essere.

Fatta questa premessa, la settimana appena conclusa ha visto l’ingresso ufficiale dell’S&P500 in bear market, che va a fare compagnia al Nasdaq e al Russell 2000. Molto vicini a questa soglia sono il Dax (-19,69%), che tuttavia aveva in realtà già corretto in misura maggiore al 20%, con lo scoppio della guerra in Ucraina ed il raggiungimento di area 12.450 punti ed il Dow Jones, che, pur avendo rotto al ribasso area 30.000 punti, per ora si assesta ad oggi ad un -17,78% dai massimi.

In questa sede abbiamo più volte sottolineato la straordinarietà di un anno in cui, ad oggi, la correzione dell’azionario non ha consentito di trovare ristoro, anche solo parziale, nella decorrelazione con il mercato obbligazionario: una condizione per molti aspetti spiazzante. Chiarito quindi che molti degli “hedge naturali” sono venuti a mancare, la domanda più ovvia, e al contempo più complessa, è: dovesse questa condizione permanere a lungo, dove possiamo trovare forme di rendimento e decorrelazione per i nostri portafogli?

La domanda è quanto di più naturale un investitore possa porsi ma, prima di procedere in questa direzione, ha senso cercare una prima quantificazione della dimensione della correzione attuale sul mercato azionario, principalmente per comprendere fin dove possa estendersi la flessione che osserviamo oramai da oltre cinque mesi. Come sempre, l’S&P500 rappresenta il nostro punto di partenza.

Assodato che il principale indice americano quest’anno ha sperimentato una correzione superiore al 20%, dobbiamo prima prendere atto che, dal 1970 ad oggi, l’indice ha sperimentato una correzione superiore a questa soglia in altre otto circostanze. Dal giorno d’ingresso “ufficiale” in bear market, quali sono stati i rendimenti dell’S&P500 su diversi orizzonti temporali (3, 6 e 12 mesi) e il suo drawdown massimo ad un’anno?

   Fonte: DLD Capital SCF

Sul piano aggregato le rilevazioni ci raccontano di un indice che, in media, ha sperimentato livelli di volatilità ancora elevata ma che, su un orizzonte tra i sei e i dodici mesi, è tornato a vedere la luce. Tuttavia, la nostra naturale inclinazione a porre maggior enfasi sugli scenari peggiori ci spinge a monitorare con maggior attenzione le flessioni del 2008, 2001 e 1973 e a definire criteri che ci permettano, nuovamente, di distinguere una correzione da un bear market.

Un ulteriore approfondimento su questi dati viene dall’eliminazione delle correzioni relative al 2018 e 2011: tecnicamente si tratta di bear market, avendo osservato una flessione superiore al 20% ma, in realtà, l’inizio del bear market è coinciso con il minimo degli indici, ragion per cui molti analisti non li includono nella categoria in questione. Se escludiamo questi due casi, il dato medio peggiora significativamente, tanto in termini di rendimento sugli orizzonti considerati quanto in termini di drawdown ad un anno.

Fonte: DLD Capital SCF

Una volta verificate le possibili escursioni medie dell’S&P500 dal giorno di ingresso ufficiale in bear market, possiamo applicare queste metriche a quella medesima seduta.

S&P500 (aprile 2017 – giugno 2022); Proiezioni: DLD Capital SCF   

Applicando il drawdown medio del 18,62% e del 21,92% al livello di 3.852 punti, giorno d’ingresso in bear market, si ottiene un’escursione massima che possa portare l’indice americano tra i 3.127 e i 3.000 punti. Un’annotazione fondamentale: proiettare il drawdown ad un anno da quel livello rappresenta il massimo esercizio di “pessimismo statistico”. Infatti, come abbiamo osservato, quel drawdown ad un anno si inserisce nel quadro di indici che, con l’esclusione del 2008 e del 1973, erano già andati a trovare un rimbalzo: per questa ragione, applicarli direttamente al giorno d’ingresso in bear market rappresenta verosimilmente uno scenario particolarmente pessimista.

A voler completare il quadro anche sul piano fondamentale, ha senso incorporare nelle nostre valutazioni le metriche relative alla dinamica tra prezzo ed utili. Questa settimana Factset ha pubblicato il suo ultimo earnings insight, nel quale ha registrato le stime attuali di crescita dell’utile per l’S&P500 pari al 10% per il 2022, con un utile per azione (EPS) dell’indice che dovrebbe attestarsi intorno ai $229,3 per azione. Vediamo quindi come cambia il quadro di riferimento se applichiamo questa metrica ad un P/E dell’indice intorno all’attuale 16,5x, o intorno a 14x, ossia il livello minimo sperimentato dall’indice in occasione delle due correzioni del 2018 e 2020. Infine, consideriamo questi due scenari in corrispondenza di una crescita dell’utile non più pari al 10% ma bensì pari a zero.

Fonte: DLD Capital SCF

Con grande immediatezza cogliamo come il mercato, ad oggi, sconti uno scenario diverso da un P/E intorno a 16,5x ed una crescita degli utili per azione del 10%. A questo punto raccogliamo tutte le proiezioni, statistiche e fondamentali, su un solo grafico.

S&P500 Large Cap Index (2019 – 2022)

Il complesso dei dati a nostra disposizione di fornisce un range di escursione potenziale dei prezzi intorno al 20%. Ciò significa che l’S&P500 scenderà di un altro 20%? Assolutamente no: piuttosto, questi dati ci forniscono un quadro di riferimento rispetto al quale continuare a leggere la narrazione che ci viene dai prezzi e dagli internals dei mercati.

Verificata quelle che potrebbero le potenziali evoluzioni dell’S&P500, torniamo alla domanda originaria: stante questo stato cose, dove è possibile trovare rendimenti e decorrelazione? Naturalmente, le materie prime sono le prime alternative a cui la nostra mente fa riferimento.

Il grafico sottostante mette in relazione la forza relativa tra l’indice Jefferies CRB, il principale indice globale sulle materie prime, e l’S&P500 dal 1960 ad oggi. La verifica storica evidenzia due cicli storici, 1968 – 1974 e 1999 – 2008, su cui si è osservata una netta sovraperformance delle materie prime rispetto all’indice americano. Un terzo ciclo si può identificare con la ripresa di forza relativa partita ad aprile del 2020.

S&P500 Large Cap Index / Reuters Jeffries CRB Index (1960 – 2022)

Isolando i tre periodi considerati, quali sono state le performance assolute dell’indice CRB e dell’S&P500? È interessante notare come nei due cicli precedenti a quello attuale, che tuttavia non evidenzia ancora segnali di esaurimento, la performance delle materie prime è stata molto significativa e la decorrelazione rispetto all’S&P500 ancora più netta.

Fonte: DLD Capital SCF

L’unica eccezione, sia pur parziale, è quella riferita la periodo attuale: dall’aprile 2020 ad oggi si registra una performance assoluta ancora positiva per l’S&P500 (+33,71%) ed una netta sovraperformance dell’indice CRB (+163,84%). Quali indicazioni per il futuro? Siamo di fronte ad un nuovo ciclo di sovraperformance delle materie prime rispetto all’S&P500: quanto durerà questo stato di cose non possiamo saperlo ma certamente l’esposizione su questo comparto ad oggi continua a fornire il rendimento e la decorrelazione che non ritroviamo più nella relazione tra mercato azionario e mercato obbligazionario.

Nel comparto delle materie prime una valutazione separata spetta al ruolo dell’oro, spesso considerato come uno degli “hedge” naturali per i portafogli. Replichiamo sull’oro la medesima analisi in precedenza sviluppata per il comparto generale delle materie prime.

S&P500 Large Cap Index / Gold Continuous Contract (1970 – 2022)

Anche in questa circostanza osserviamo due archi storici, 1971 – 1980 e 2000 – 2011, in cui la sovraperformance dell’oro rispetto all’indice americano è stata, a dir poco, notevole.

Fonte: DLD Capital SCF

Contrariamente a quanto osservato nel confronto con il più ampio comparto delle materie prime, negli ultimi due anni non si è osservata alcuna direzionalità in termini di forza relativa tra S&P500 ed oro e, ad oggi, siamo ancora in una fase di uptrend della forza relativa tra il primo verso il secondo. È certamente possibile che l’oro diventi the next big thing ma, ad oggi, non vi sono ancora segnali in questo senso.

In conclusione, mai come in questa i mercati azionari ci forniscono evidenze statistiche che consentono di formulare scenari futuro estremamente ottimistici (2020, 2018 e 2011) o pessimistici (1974, 2002, 2008): la conseguenza non può che essere la massima flessibilità in questa fase, ben sapendo che anche minimi cambiamenti di scenario (banche centrali, dati macroeconomici) possono cambiare la narrativa di quanto osserviamo quotidianamente. Parimenti, non dobbiamo dimenticare l’importanza dello studio dei cicli storici. Rendimento e decorrelazione tra asset class sono il risultato di una buona diversificazione: tuttavia le correlazioni sono, per loro natura, mutevoli nel tempo: a noi professionisti del settore spetta il compito di trovare forme di rendimento in linea con le opportunità che i mercati e i tempi che viviamo ci offrono.

Speculazione è il termine che si usa per un investimento andato male, mentre investimento è il termine che si usa per una speculazione andata bene (Edward Chancellor)

Disclaimer:

Questo documento assume natura educativa e non può essere considerato attività di consulenza finanziaria indipendente. L’autore o DLD Capital SCF S.r.l. non sono responsabili delle decisioni che potrebbero essere intraprese a seguito della lettura di questo articolo. Prima di assumere scelte d’investimento, suggeriamo di rivolgervi ad un consulente finanziario iscritto all’Organismo di vigilanza e tenuta dell’albo unico dei consulenti finanziari (www.organismocf.it). 

Edoardo Fusco Femiano

Edoardo vanta oltre 15 anni di esperienza in materia di gestione quantitativa e fondamentale di portafoglio, trading e analisi quantitativa e gestione del rischio, maturata all'interno di primarie istituzioni finanziarie nazionali ed internazionali (eToro, IOR - Banca Vaticana, Capitalia Asset Management S.g.r., SACE Spa e Citigroup CIB). Presso lo IOR è stato membro del Comitato Finanza, con responsabilità per la ricerca azionaria. Negli ultimi anni è stato consulente per istituzioni finanziarie, pubbliche amministrazioni e società del mondo fintech. Dal Maggio 2018 a Settembre 2021 è stato Italy Partner e Global Market Analyst di eToro. Nell’Agosto 2021 fonda DLD Capital SCF Srl. Leggi altro

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Condizioni Economiche

Si. DLD Capital SCF offre il servizio di consulenza finanziaria per patrimoni di importo non inferiore ai 500.000€

Il valore della commissione viene calcolato in percentuale sul patrimonio oggetto della consulenza. Per patrimoni di dimensioni rilevanti la società si riserva di proporre un piano commissionale agevolato.

Il pagamento della commissione annuale di consulenza viene suddiviso in due rate semestrali ed è corrisposto anticipatamente.

In aggiunta alle comunicazioni previste per legge e ai regolari incontri con la clientela, DLD Capital pubblica un report settimanale in cui vengono analizzati, in chiave logico-statistica, i più recenti eventi economico-finanziari ed il loro impatto sui mercati finanziari.

Suggeriamo ai clienti di ritagliare un regolare spazio del loro tempo per la lettura del report settimanale: il documento è il risultato di un costante lavoro di analisi delle più recenti dinamiche osservate sui mercati. La disciplina sui mercati finanziari viene dalla fiducia e questa viene dalla costante analisi delle informazioni a nostra disposizione: un investitore informato ha una probabilità di successo decisamente maggiore rispetto a quella di uno meno consapevole.

Pianificazione Finanziaria

I criteri classici della consulenza finanziaria in Italia si basano sull’utilizzo di modelli di asset allocation di tipo statico, confezionati mediante l’offerta di un paniere di strumenti finanziari che vanno a configurare un portafoglio di base, il quale resta sostanzialmente lo stesso per un periodo di tempo indefinito.

In DLD riteniamo che l’asset allocation statica non sia sufficiente e che, a questa, sia necessario abbinare modelli di asset allocation dinamica: l’obiettivo è offrire l’opportunità di variare l’esposizione complessiva al rischio al variare delle condizioni di mercato, isolando gli specifici fattori di rischio delle asset class in portafoglio.

In aggiunta, riteniamo fondamentale disporre di specifici protocolli d’intervento a difesa del portafoglio, al verificarsi di specifiche condizioni di mercato. Ciò può comportare una temporanea sovraesposizione su strumenti finanziari tipicamente più difensivi ed una sottoesposizione alle asset class più rischiose.

Tutti i nostri modelli sono il risultato di rigorosa analisi quantitativa e si rifanno alla vasta letteratura esistente in materia di quantitative investing.

Il capitale investibile è frutto del lavoro e del risparmio accumulato nel corso degli anni e nessun investitore vuole trovarsi strategicamente impreparato di fronte alle flessioni dei prezzi che storicamente e ciclicamente si verificano sui mercati finanziari.

Utilizzare un approccio “compra e tieni” (c.d. buy and hold) ha senso solo se si riesce a restare investiti per il 100% della propria vita da investitore. Tuttavia, la storia dei mercati finanziari è costellata di periodi storici molto complessi: momenti in cui sarebbe stato molto difficile restare sereni semplicemente pensando che “nel lungo periodo i mercati si riprenderanno”.

Se guardiamo alle serie storiche, osserviamo come persino sull’S&P500, l’indice azionario americano che storicamente ha manifestato la maggior tendenza rialzista nel lungo periodo, si è assistito a correzioni molto profonde e che hanno prodotto notevoli riduzioni della ricchezza per quanti si fossero trovati pienamente investiti in quel momento.

Periodo (S&P500)

Drawdown*

Capitale iniziale ($)

Capitale finale ($)

10/2007 – 3/2009

-56.80%

1.000.000

432.000

3/2000 – 10/2002

-49.20%

1.000.000

508.000

12/1973 – 3/1974

-48.20%

1.000.000

518.000

2/1968 – 5/1970

-36.10%

1.000.000

639.000

2/2020 – 3/2020

-35.75%

1.000.000

642.000

8/1987 – 12/1987

-33.50%

1.000.000

665.000

12/1961 – 6/1962

-28.00%

1.000.000

720.000

1/1980 – 8/1982

-27.10%

1.000.000

729.000

*La tabella ha carattere informativo. Il nostro approccio mira a limitare, e non ad eliminare, gli effetti di una correzione ciclica sui portafogli. Sebbene il nostro approccio si basi sull’analisi quantitativa delle serie storiche, non esistono garanzie sui mercati finanziari.

*Massima correzione dai massimi

 

Diversamente dall’approccio “compra e tieni”, l’applicazione di logiche quantitative, o Rules-Based, alle scelte di d’investimento, consente di disporre costantemente di strategie di mitigazione del rischio, da attuare al variare delle condizioni di mercato.

L’obiettivo non è conseguire rendimenti superiori agli indici di riferimento ma bensì contenere il rischio, non essere mai strategicamente impreparati di fronte alle fase di correzione e vivere più serenamente ogni fase di mercato.

“Investire nel lungo periodo è una buona idea se sei grande quanto una sequoia, una tartaruga gigante o una fondazione molto capitalizzata, ma gli individui non hanno un orizzonte di venti anni per riprendersi dalle grandi flessioni dei mercati”

(The Ivy Portfolio: How to invest like the top endowments and avoid bear markets di Mebane T. Faber e Eric W. Richardson)

La diversificazione è il primo strumento di mitigazione del rischio per l’investitore. Tuttavia, è storicamente provato come, oltre una certa soglia di strumenti in portafoglio, l’effetto complessivo di mitigazione del rischio diventa marginale.

L’inclusione di ulteriori strumenti finanziari in portafoglio, in assenza di comprovata verifica della capacità degli stessi di migliorare il profilo di rischio dello stesso, è non solo inutile ma potenzialmente incredibilmente dannosa, se inserita in una logica di portafoglio c.d. “compra e tieni”.

Se escludiamo gli strumenti che storicamente presentano il maggior “bias” rialzista, come ad esempio alcuni indici azionari globali, la gran parte degli strumenti finanziari non hanno la tendenza a salire nel lungo periodo. Basti osservare la performance dell’indice italiano FTSE MIB nel periodo 2004 – 2021:

Di fronte ad una flessione come quella della recessione 2008 – 2009 non avrebbe avuto alcun senso attendere una ripresa dell’indice: una ripresa che non si è mai verificata e che avrebbe lasciato l’investitore con una perdita durevole di valore ed un capitale che negli anni successivi non ha generato alcun rendimento. Le medesime considerazioni si possono estendere ad una larga serie di strumenti come azioni, obbligazioni e materie prime.

Persino l’indice S&P500, nonostante la sua storicamente comprovata forza rialzista, in diversi periodi storici è andato incontro a correzioni significative, impiegando anni a tornare sui livelli pre-correzione. Il grafico sottostante è l’S&P500 nel periodo 2000 – 2013. Qualora un investitore avesse allocato il suo capitale sull’indice americano nel Marzo del 2000, avrebbe avuto la possibilità di recuperare pienamente il suo capitale dopo otto anni, salvo poi andare incontro ad un’altra correzione e recuperarlo definitivamente ad Aprile del 2013. Tredici anni per recuperare il proprio capitale iniziale e nessun rendimento.

L’alternativa? Investire in quelle logiche di asset allocation, sia statica che dinamica, che negli anni hanno dimostrato di performare al meglio, includere in portafoglio solo gli strumenti che alla prova dei fatti migliorano il profilo di rischio complessivo del portafoglio, riducendone la volatilità, ed isolare i singoli fattori di rischio del portafoglio, gestendone i riflessi nelle diverse fasi di mercato.

I risultati straordinari naturalmente attraggono attenzione, ma gli osservatori più attenti sanno che il vero segreto del grande successo finanziario della fondazione di Harvard si chiama difesa, difesa e ancora difesa. Ma come, potreste chiedervi, può la sola difesa essere così centrale nel raggiungimento di risultati finanziari così straordinariamente positivi? Partendo dalla storica verità sul successo nel campo della finanza, ossia che quando semplicemente eliminiamo le perdite più rilevanti i risultati vengono da soli, dobbiamo sempre tenere a mente l’importanza dello stare lontano dai guai.

(Charles Ellis, Presidente del Comitato Investimenti, Università di Harvard)

No. Trading ed investing sono due attività profondamente diverse: entrambe utilizzano l’analisi quantitativa come primo strumento di analisi ed approfondimento ma le logiche operative, di costruzione e di gestione dei portafogli sono del tutto diverse. Sfruttare logiche dinamiche di costruzione di portafoglio non implica in alcun modo entrare ed uscire costantemente dal mercato.

Generare rendimenti significativi in mercati rialzisti senza avere una strategia per gestire mercati ribassisti è il più grave degli errori e può portare a distruggere in pochi mesi quanto guadagnato nel corso degli anni.

L’effetto dell’interesse composto (c.d. compounding) è un principio matematico che funziona tanto nella crescita del capitale quanto nella sua erosione.

Supponiamo di avere due portafogli: il primo opera secondo un logica “compra e tieni”, mentre il secondo unisce ad un asset allocation statica una serie di protocolli di asset allocation dinamica, al fine di gestire con buona flessibilità le diverse fasi di mercato:

 

Portafoglio 1*

 

 

Anno

Capitale iniziale ($)

Rendimento

Capitale finale ($)

1

200.000

20.00%

240.000

2

240.000

15.00%

276.000

3

276.000

15.00%

317.400

4

317.400

20.00%

380.880

5

380.880

-35.00%

247.572

*Scenario ipotetico a scopo illustrativo

 

Portafoglio 2*

 

 

Anno

Capitale iniziale ($)

Rendimento

Capitale finale ($)

1

200.000

10.00%

220.000

2

220.000

7.50%

236.500

3

236.500

7.50%

254.238

4

254.238

10.00%

279.661

5

279.661

-5.00%

265.678

*Scenario ipotetico a scopo illustrativo

Possiamo osservare che il portafoglio 1 ha realizzato una performance doppia rispetto a quella del portafoglio 2 per quattro anni consecutivi. Nel quinto, tuttavia, la gestione attiva del rischio ha consentito al portafoglio 2 di difendersi meglio e ridurre la perdita complessiva, al contrario di quanto avvenuto per il portafoglio 1, che è impostato in una logica di asset allocation statica. Al termine del quinto anno, il portafoglio 2 avrà non solo sperimentato una minor volatilità complessiva nell’arco dei cinque anni ma avrà anche conseguito un risultato superiore in termini di rendimento assoluto.

Troppo spesso ci si dimentica che il principio dell’interesse composto è un arma a doppio taglio: può operare tanto a nostro favore nelle fasi di rialzo quanto a nostro sfavore in quelle di ribasso. 

Questo semplice esempio spiega perché conseguire una performance superiore al benchmark è un obiettivo poco rilevante per l’investitore mentre, ai fini della costruzione e preservazione del capitale, ben altra rilevanza assume avere una strategia di contenimento delle fasi di correzione.

Il nostro cliente tipicamente dispone di un buon capitale accumulato negli anni ed è interessato a proteggerlo dai momenti di inevitabile fragilità dei mercati finanziari, pur volendo partecipare alle lunghe fasi di rialzo che storicamente si osservano sugli stessi.

In aggiunta, egli riconosce l’importanza di avere una corretta impostazione d’investimento per il proprio patrimonio e, al contempo, di disporre sempre di uno o più linee d’intervento sul suo portafoglio in presenza di un mutato scenario di mercato: una opportunità che un sistema di private banking centrato su modelli di asset allocation statica non può offrire.

In linea con quanto previsto dalla legge, il cliente viene classificato rispetto al suo profilo di rischio, al fine di valutare l’adeguatezza delle soluzioni d’investimento proposte.

Una volta definito il quadro di asset allocation strategica rispetto al quale viene costruito il portafoglio, il cliente viene informato di quelle che potrebbero essere le principali soluzioni di aggiustamento tattiche che potrebbero essere proposte, al variare delle condizioni di mercato.

In ogni caso, qualsiasi proposta di cambiamento dell’asset allocation avviene nella logica di ridurre il rischio del portafoglio, o di riportarlo alla sua condizione iniziale. Ogni proposta è quindi sempre in linea con la propensione al rischio del cliente stesso, sulla base delle informazioni rilevanti ricevute dalla società all’inizio dell’instaurazione del rapporto.

Il cliente viene ovviamente messo nella condizione di selezionare strumenti finanziari nell’ambito di un universo d’investimento molto ampio.

Nell’ambito di quest’offerta viene operata una distinzione tra strumenti che storicamente sono fonti di redditività (c.d. growth-oriented assets) e strumenti difensivi (c.d. conservative assets). I primi diversificano sul comparto azionario, per settori e aree geografiche, sulle materie prime, sia singole che su basket delle stesse, e su ETF obbligazionari corporate. Diversamente, gli strumenti difensivi includono ETF obbligazionari governativi, metalli preziosi, strumenti di mercato monetario e liquidità.

Storicamente, abbiamo anche osservato fasi di mercato in cui strumenti rischiosi (azioni) e strumenti difensivi (obbligazioni governative) si sono mossi in maniera fortemente correlata: per questo la definizione di due grandi famiglie di strumenti finanziari, rischiosi e difensivi, consente di avere sempre delle opzioni a seconda delle fasi di mercato, indipendentemente da singoli, magari temporanei, aumenti di correlazione tra singoli strumenti.

Al di là della retorica su quanto sia necessario avere la giusta mentalità per investire sui mercati finanziari, è indubbio che un certo grado di forza mentale sia necessario per vivere serenamente le diverse fasi sui mercati.

Lo studio e la ricerca sugli strumenti finanziari e sulle logiche operative di gestione del capitale sono la base imprescindibile da cui partire ma la disciplina è il terzo pilastro senza il quale nessun piano d’investimento può funzionare.

La disciplina è fondamentale non solo nelle fasi complesse di mercato ma anche in quelle molto costruttive. L’illusione del controllo o l’avidità possono spingerci a ridurre la diversificazione di portafoglio o, ad esempio, a saltare un ribilanciamento di portafoglio: “in fondo, questa posizione (titolo, ETF o qualsiasi altro strumento) sta andando così bene, perché devo vendere? Perché non investire ancora un po’?”

L’analisi quantitativa serve a rimuove larga parte della discrezionalità delle nostre scelte, ricordandoci l’importanza di un approccio strutturato alla gestione del capitale, ma solo l’esercizio della disciplina fa di noi degli investitori razionali e di successo.

DLD Capital mette a disposizione del cliente una vasta selezione di strumenti finanziari sulla base di logiche che ne valutino soprattutto l’opportunità in termini di costo, performance storica, volatilità e grado di correlazione con i mercati di riferimento: certamente consideriamo singoli titoli, azionari o obbligazionari, e fondi comuni d’investimento. Tuttavia, è indiscutibile che gli ETF negli anni siano diventati nel tempo uno strumento la cui flessibilità operativa è seconda solo a quella dei futures.

In aggiunta, gli ETF offrono un vantaggio notevole sul piano della diversificazione, in particolare con riferimento agli investimenti sul settore dei titoli a bassa capitalizzazione (small caps) e su quello dei titoli obbligazionari speculativi (high yield).

Sul primo fronte, i titoli a bassa capitalizzazione possono contenere un forte rischio specifico ed un errata valutazione del titolo sul piano fondamentale può portare perdite significative e difficilmente recuperabili. Lo stesso titoli inserito in un ETF avrebbe un impatto decisamente più limitato sul portafoglio. Sul secondo, il vantaggio dell’ETF è ancor più significativo: i titoli obbligazionari speculativi possono andare incontro a forti crisi sul piano della liquidità e a perdite di valore tra l’80% ed il 100%, nel caso di fallimento della società. Persino un evento estremo di questa dimensione diventa molto gestibile nel complesso di uno strumento altamente diversificato come un ETF.

Un portafoglio viene sempre costruito in funzione della propensione al rischio del singolo cliente, in linea con quanto previsto dalla normativa Mifid, che prevede una verifica di adeguatezze delle soluzioni d’investimento proposte. Il nostro modello di asset allocation è strutturato propriamente per poter riflettere in maniera più dinamica e granulare la propensione al rischio dell’investitore, in particolare mediante la quantificazione di parametri che possono essere definiti, ed eventualmente aggiornati, in relazione alla propensione al rischio del cliente.

La grande maggioranza dei modelli di robo-advisory sono strutturati nella forma di una replica di modelli di asset allocation statica, con operazioni di ribilanciamento delle posizioni che avvengono ad intervalli regolari, indipendentemente dalle fasi di mercato.

Al contrario il nostro modello di consulenza, in primis, è strutturato in modo da potere cogliere con maggior grado di dettaglio le necessità del cliente. Secondariamente, i nostri modelli prevedono l’adozione di specifiche modalità di intervento di mitigazione del rischio di portafoglio al mutare delle condizioni di mercato.

Nell’esempio sottostante si può osservare il confronto tra un portafoglio di ETF obbligazionari, costruito con una logica rotazionale che ottimizza i pesi dei singoli ETF in relazione alla volatilità degli ultimi tre mesi, ed il suo benchmark, un ETF obbligazionario governativo con duration compresa tra 15 e 30 anni. Su un orizzonte di circa 14 anni (2007 – 2021) possiamo osservare come portafoglio sovraperformi per un lungo periodo il benchmark ma, soprattutto, presenti una volatilità nettamente inferiore: nello specifico la deviazione standard del portafoglio sul periodo considerato è pari al 3.9% annuo, mentre quella del benchmark è pari al 9.8%. In termini di remunerazione del rischio, il portafoglio batte il benchmark sotto tutte le metriche di riferimento (maximum drawdown, Sharpe Ratio, deviazione standard e rapporto tra profitto e maximum drawdown).

Una miglior remunerazione del rischio assunto si traduce in due vantaggi immediati: in primis, in una minor oscillazione del portafoglio a parità di rendimento e, secondariamente, una limitazione del rischio di effettuare riscatti dalla posizione in momenti in cui la stessa è in forte sofferenza. In questo senso, il confronto grafico è molto chiaro.

*Scenario ipotetico a scopo illustrativo. Capitale iniziale: $1.000.000. Questo backtest non considera l’impatto dei costi di transazione. Le performance passate non sono indicative dei risultati futuri.

Consulenza finanziaria integrata

Le Società di Consulenza Finanziaria, o SCF, sono società autorizzate a svolgere la consulenza in materia di investimenti senza detenere fondi o titoli, i quali restano nella esclusiva disponibilità dei clienti. Possono assumere la forma giuridica di società per azioni (S.p.A.) o di società a responsabilità limitata (S.r.l.).

Il presupposto della loro attività è la regolare iscrizione all’albo dell’Organismo di Vigilanza e tenuta dell’albo unico dei Consulenti Finanziari (OCF), in presenza di specifici requisiti di professionalità, onorabilità, indipendenza e di precisi requisiti patrimoniali.

La società di consulenza finanziaria viene remunerata esclusivamente dai clienti per conto dei quali svolge la consulenza in oggetto e gli è espressamente preclusa qualsiasi forma di beneficio e/o onorario da un soggetto diverso dal cliente (c.d. modello a “parcella”)

In misura maggiore rispetto a quanto si osserva in altri paesi europei, gli investitori italiani sono penalizzati da un’industria del risparmio gestito ancora fortemente concentrata nell’offerta di prodotti c.d. a “gestione attiva”. Questi prodotti presentano un profilo di costi decisamente significativo, come evidenziato dal report della European Securities and Market Authority (ESMA) nel 2020: Performance and Costs of Retail Investment Products in the EU.

Il report evidenzia il maggior costo applicato sugli investitori al dettaglio rispetto a quelli istituzionali per i prodotti azionari ed obbligazionari:

Parimenti l’analisi evidenzia l’incapacità di questi prodotti di giustificare i costi con le performance generate:

Concentrandosi sulla distribuzione e la dispersione dei costi, indipendentemente dal tipo di gestione, questi non corrispondono a performance più elevate, ossia non si osserva alcuna correlazione tra costi del fondo e la sua performance. Per i fondi azionari attivi, i costi sono stati in media tra l’1% e il 3%, indipendentemente dalla performance annua lorda”.

Sul piano geografico, il report evidenzia inoltre come l’Italia sia uno dei paesi meno competitivi sul piano dei costi:

Indicativamente, tra le giurisdizioni sono osservabili differenze in termini di livelli di costo per lo stesso tipo di canale distributivo. Ad esempio, concentrandosi sui fondi azionari, i distributori bancari addebitano costi più elevati in Italia e Grecia, rispetto a Finlandia, Malta o Slovacchia…. In media in Italia i costi sembrano essere più alti nel confronto con gli altri dodici paesi per i quali sono disponibili i dati”.

Lo stessa ricerca evidenzia la costante crescita degli ETF, ossia di prodotti ad indicizzazione passiva, i cui costi si aggirano intorno allo 0.1% – 0.3% annuo.

Gli ETF sono strumenti che replicano passivamente l’andamento di uno strumento finanziario e, oltre a presentare un profilo di costi di circa l’80-90%% inferiore rispetto ai prodotti attivi, consentono una flessibilità operativa all’investitore impensabile con molti prodotti attivi.

In conclusione, al netto della parcella da riconoscere alla SCF, il ricorso ad una serie di prodotti più efficienti, che comprende ma non si limita agli ETF, consente al risparmiatore di conseguire da subito risparmi netti molto significativi in termini di costo di gestione del portafoglio.